La legatura delle viti col salice e le strope.

A febbraio, nelle nostre campagne, terminava di solito i lavori di potatura e di legatura delle vigne. I tralci prescelti venivano fissati ai fili, così come le viti se necessario venivano fissate ai pali o agli aceri, come abbiamo già raccontato. Mani nodose e ruvide lavoravano veloci, con superba maestria, fissando tutto abilmente con legacci assolutamente naturali: le strope e gli stropèi.

Con le strope si legavano le viti ai pali, con gli stropèi i tralci ai fili.


Oggi per lo più si usano fascette o legacci di plastica, ma un tempo ovviamente non era così. Tutti i legacci (e molto altro ancora) erano ottenuti da un albero straordinario, il salice da vimini (Salix viminalis), chiamato localmente stropàro. Quest'albero aveva enorme importanza nell'economia contadina. 

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Gli stropàri venivano coltivati lungo i fossi, assieme ai salici bianchi, detti selgàri, da cui si ricavavano pali e manici. Gli stropàri venivano capitozzati annualmente, trasformandosi con gli anni in veri mostri vegetali, simili a Idre mitologiche. La capitozzatura poteva essere bassa, a meno di un metro da terra, come capitava spesso in caso di siepi lungo le rive. Molti contadini ne piantavano anche uno a capo di ogni filare di vite, e in questo caso la pianta veniva capitozzata alta, anche sopra i due metri a volte. 


Stropàri (Salix viminalis) appena capitozzati.
In febbraio le piante venivano capitozzate. Dai rami si ricavavano legacci di due misure: le strope, più grosse e robuste, che servivano a legare le vigne ai pali, e gli stropèi, che invece erano ricavati da rami laterali lunghi e sottili e venivano usati per fissare i tralci ai fili. Tutti i rami erano lasciati in acqua per alcune settimane, in modo da facilitare la piegatura. 

Un filare di viti legate con strope e stropèi: una rarità al giorno d'oggi.
La legatura delle viti col salice era una pratica duratura: un legaccio poteva durare anche due anni, vista la grande resistenza alle intemperie.  


La legatura si effettuava avvolgendo una o due volte le parti da unire con il legaccio, quindi se ne intrecciavano le estremità e se ne ripiegava all'indietro la più lunga delle due, bloccandola contro la vite o il sostegno stessi.



Esistevano ovviamente diverse tipologie di nodi, con sottili variazioni di zona in zona. In alcuni casi ad esempio l'estremità del legaccio veniva fatta passare dentro al primo giro del legaccio, realizzando una sorta di legatura.


Ovviamente la legatura delle viti coi salici non era un'usanza solo veneta, ma era diffusa in tante parti della penisola, dove i legacci e il salice erano noti con altri nomi... vimine, vinghio, vechi, gurin... immutato restava ovunque l'uso che se ne faceva.

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La legatura della vite non era infatti l'unica funzione del vimini: strope e stropèi erano usati anche per fare l'impagliatura di alcune sedie, cesti e caponàre, o anche per realizzare delle... sferze con cui punire i bambini troppo cattivi!


Oggi nei grandi vigneti, di decine di ettari, è improponibile pensare di utilizzare ancora le strope. Ma all'interno di un vigneto familiare la legatura delle viti col salice può rivelarsi una pratica ancora sostenibile e anzi in grado di riavvicinarci alle tradizioni di un tempo ormai remoto, anche se vicino solo pochi decenni.



Ah, se mai ve lo foste chiesto: sì, sono le mie vigne. E sì, noi continuiamo a usare strope e stropèi, come una volta. Perché anch'essi, come gli alberi da cui li ricaviamo, sono un lascito delle generazioni che ci hanno preceduto. 

Un lungo silenzio. 
Sono mesi che non scrivo, e ricominciare è sempre difficile. 
Da dove dovrei partire? Forse dall'inizio. Forse da ciò che amo. Non ne sono sicuro.
Proviamoci, comunque.

Un anno lungo e complesso, questo 2017. Cambiamenti, impegni, nuove prospettive lavorative, nuovi ritorni di fiamma, una buona dose di stress e di sfortuna, un pizzico di frustrazione, tonnellate di resilienza, e poco, pochissimo tempo extra.



Continuerò ad allevare polli? Sì, o per lo meno ci proverò. Da quando ho iniziato, questo è stato l'anno più difficile e pieno di intoppi che mi sia capitato di affrontare. Ma in qualche modo ne siamo venuti fuori. Restano tante incognite, tante cose in sospeso, tanti aspetti da migliorare nell'allevamento. Ce la faremo? Di certo ci proveremo. Abbiamo qualche giovane Polverara interessante, un minuscolo gruppo di Boffa, tre tacchini per lavorare sulla livrea lilla. Ah, e delle belle nanette selvagge e indomite da allevare allo stato brado.



Lo scorso anno (e in quelli precedenti) abbiamo fatto fior di innesti. Tante vecchie varietà di alberi da frutto potrebbero iniziare a dare i loro primi frutti, quest'anno. Aspetteremo con ansia i risultati, così come quelli delle varietà orticole di cui abbiamo serbato i semi.

Due vasche-stagno hanno fatto la loro comparsa e il mio interesse per la vita dele acque dolci italiane si è risvegliata. Il prossimo anno tenteremo di coltivare e salvare parte del patrimonio genetico di tante specie animali e vegetali che un tempo abitavano i nostri fossati. E oltre a questo, dopo alcuni anni di stop ho rimesso a nuovo il mio vecchio acquario d'acqua dolce. Un vecchio amico che compie trent'anni e che mi ha tenuto compagnia per lustri, quando mi incolavo alle sue pareti di vetro per osservare la vita che conteneva. Spero di riuscire a trasformarlo di nuovo in uno scrigno di osservazioni ed emozioni. 


Ho incontrato rovine, quest'anno. Rovine fisiche, nel vero senso della parola. Rovine morali e spirituali, tracce di mondi che scompaiono e che mi vedono impotente osservatore della loro disfatta. Resto di fronte ad esse un osservatore che non sembre può riuscire a trovare tempo ed energie per salvarle. Forse quest'anno ha portato proprio questo: la consapevolezza e l'accettazione del limite, e un lento lenire la frustrazione che tale senso di impotenza comporta in me. Ama ciò che hai, dai il massimo, ma non fasciarti la testa per battaglie che non potrai mai vincere. Sappi riconoscere la sconfitta e convivi col fatto che non puoi riuscire a trovare il tempo per tutto.  



Il 2017 è finito, il 2018 inizia. Sono felice del senso di rinnovamento che porta con se questo finire. Sono felice del desiderio che sento di provare e impegnarmi, nuovamente, che sono insite in questo iniziare. 
Sono felice di investire ciò che sono in nuove e vecchie opportunità, di portare a compimento impegni passati, di terminare di scrivere storie che erano state solo abbozzate e a cui non era mai stato concessa una degna conclusione.
Viva la Fine. Viva l'Inizio. 
Buon 2018. 

Uova di differenti razze e differenti colori: Polverara, bianche; ibridi con sangue Combattente, rosa; Schijndelaar, azzurre; Marans, marrone scuro; incrocio tra Marans e Schijndelaar, verde scuro. Foto per cortesia di Desy Ongaretto.

Di che colore fanno le uova le galline? Per chi è abituato a comprare le uova al supermercato, la risposta ovvia sarebbe "rosa". Ma le nostre nonne avrebbero dato un risposta differente: per loro le uova delle galline di casa erano rigorosamente bianche. E in un paesino della Francia vi risponderebbero che se non ha il guscio color cioccolato non si può dirlo un uovo....

In verità il colore del guscio dell'uovo è fortemente legato al patrimonio genetico della gallina che lo depone, quindi alla sua razza, e per nulla centra - come alcuni pensano - l'alimentazione della gallina stessa, che al contrario influisce sul colore del tuorlo.
Un'illustrazione anatomica di gallina Ancona in deposizione, da "Pollicoltura", di Frau-Sanna (1956).
Come si può intuire dall'immagine qui sopra, l'uovo è il risultato finale di un lungo processo. Il guscio, in particolar modo, viene a formarsi nel cosiddetto utero, una porzione dell'apparato genitale femminile che ha una
Un uovo infetto ha iniziato a trasudare una sostanza maleodorante dal guscio. 

Le uova nell'incubatrice iniziano a puzzare. Non è una situazione comune, ma può succedere. Un giorno apri il coperchio della macchina e senti un inconfondibile fetore di uova marce. A volte non si nota nulla, ma qualche altra volta si notano su una o più uova alcune gocce di un materiale all'apparenza vischioso, giallastro, quasi miele parzialmente cristallizzato. Cosa succede?

Succede purtroppo che quelle uova erano state messe in incubatrice sporche, erano leggermente crepate o che non erano state ben pulite immediatamente alla raccolta. Alcuni batteri sono riusciti quindi a penetrare nell'uovo e moltiplicandosi hanno finito per uccidere l'embrione. I processi di decomposizione hanno quindi iniziato a far trasudare dai pori del guscio l'albume stesso, che prende quindi la forma a gocce che stiamo vedendo. A volte l'embrione non muore subito, ma sopravvive fino a una settimana dalla schiusa, ma alla fine per lui non vi sono speranze. E allora che fare?

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Per prima cosa, toglierlo CON ESTREMA CAUTELA dall'incubatrice. Il rischio concreto è che la pressione all'interno dell'uovo possa farlo esplodere, imbrattando e contaminando uova e incubatrice. Mentre la macchina può essere disinfettata, di norma le uova vanno buttate. Inoltre l'operazione potrebbe essere resa difficile dal fatto che l'albume che fuoriesce dal guscio può incollare l'uovo all'incubatrice, rendendo difficile la sua rimozione. Cercate quindi di togliere l'uovo afferrandolo con un foglio di carta assorbente e con un sacchettino di plastica, in modo da poterlo togliere nella maniera più semplice possibile. Se malauguratamente dovesse essersi incollato alla macchina, cercate di circondarlo con della pellicola trasparente da alimenti, avvolgendolo più volte, e continuate l'incubata monitorando più spesso le uova. Se mai dovesse esplodere i danni sarebbero un po' contenuti. In una simile situazione anche l'aggiunta nell'acqua per di un disinfettante per uova, come il Virkon S, potrà essere d'aiuto. 

Non si tratta di un evento che capita spesso, per fortuna, ma è bene sapere come comportarsi in queste situazioni. Attenti alle vostre uova e, comunque e sempre, buon allevamento!

Ecco come si presenta un altro uovo infetto. 
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Giovane gallo di razza New Hampshire.

La New Hampshire è una razza americana di galline a duplice attitudine, tra le più diffuse e apprezzate per le buone doti produttive, per la rusticità e per l'indole tranquilla e mansueta. Andiamo a scoprire meglio le qualità di questi splendidi animali. 
La New Hampshire ha corpo robusto e largo, con addome profondo e petto largo, tarsi robusti di un bel giallo vivo, cresta semplice, occhi arancio e orecchioni rossi. I galli arrivano a pesare fino a 3-3,5 Kg, le femmine fino a 2,2-2,7 Kg. Possono deporre fino a 180-220 uova l'anno; le uova hanno guscio bruno. Questi animali robusti e rustici depongono di norma bene anche durante i mesi invernali e sono caratterizzati da una crescita abbastanza veloce. 

Splendida pollastra di razza New Hampshire. 

La New Hampshire è considerata una razza dal temperamento docile; in effetti con adeguato training questi animali possono essere facilmente avvicinabili e rivelarsi ottimi pet per i bambini.
Ecco come moltiplicare la menta per talea in modo facile e veloce!

Imparare a moltiplicare le erbe aromatiche è una delle pratiche più utili per chi ama cucinare utilizzando le verdure del proprio orto. Oggi vedremo insieme un modo facilissimo e veloce per moltiplicare la menta per talea in 5 semplici passaggi. 

La menta, o meglio le mente (genere Mentha), sono piante appartenenti alla famiglia delle Lamiaceae ampiamente diffuse nel Vecchio Mondo. Dalla menta piperita a quella romana, fino alla menta acquatica, le specie sono moltissime così come le cultivar ottenute dall'uomo per selezione o incrocio di specie differenti. Ognuna di esse si caratterizza per altezza, forma e colore di foglie, fiori e fusto, e soprattutto sapore e profumo. In cucina trova svariate applicazioni, dalle insalate alle frittate, dalla cucina di carne e pesce agli sciroppi. Si adatta felicemente a vivere anche in zone parzialmente ombreggiate, e prospera in vaso su balconi e terrazzi. Ma vediamo ora come moltiplicare questa pianticella per talea in 5 passi.

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  1. Prendete un ramo di menta lungo circa 10 cm. Scegliete la parte apicale della pianta. 
  2. Eliminate le foglie inferiori, e lasciatene solo un paio di coppie all'estremità. Se le foglie sono molto grandi, tagliatele a metà. 
  3. Fate dei fori sul fondo di un bicchiere di plastica e riempitelo di terriccio. Piantate lo stelo di menta in modo che la sua estremità più bassa raggiunga il fondo del bicchiere.
  4. Spruzzate il terriccio e trasferite il vasetto all'aperto, in un sottovaso con un paio di cm d'acqua. 
  5. Dopo due settimane circa la nostra talea di menta sarà oramai radicata; travasiamola in un vaso più grande e lasciamola all'aperto, mantenendo umido il terreno.
Semplicissimo, vero? Vi lascio al video illustrativo. Buona coltivazione e buon appetito!

Una splendida gallina di razza Polverara.

Il Veneto vanta da sempre una straordinaria tradizione avicola. Nei secoli infatti in questa regione sono state selezionate moltissime tipologie di polli, anatre, oche, tacchini e faraone, ma soprattutto tra i primi si è potuto osservare un'enorme differenziazione tra le razze presenti nel territorio. 
Alcune di queste sono col tempo scomparse, altre sono state ricostituite, altre ancora sono in corso di recupero. Vediamo quindi brevemente cosa è rimasto e cosa è andato perduto delle razze venete di polli. 

Tra storia e leggenda: la Polverara e la Padovana Gran Ciuffo

Femmina di Padovana Gran Ciuffo oro orlo bianco (camosciata).

Nel panorama avicolo veneto le più iconiche tra le razze di polli sono state senz'altro le due ciuffate che a lungo si sono contese lo stesso appellativo di "Padovana": la Polverara e la Padovana Gran Ciuffo. Due razze antiche, di diversa natura e origine.
La nuova incubatrice Lumia 8 della Borotto.

Cari amici, oggi vi propongo la videorecensione della nuova incubatrice Lumia 8 della Borotto
Questa macchina, ultima nata della casa veronese, ha una capienza di 8 uova grandi o 32 uova piccole, e alcune caratteristiche assolutamente nuove. 

Primo, corpo in ABS termoisolante. L'ABS è un materiale plastico, molto usato in vari campi (ad esempio per realizzare i mattoncini delle più famose costruzioni per bambini). In questo caso risulta particolarmente resistente alle variazioni di temperatura, garantendo una migliore coibentazione. L'ABS è stato adizionato con Biomaster, in pratica un prodotto antibatterico a base di ioni d'argento che aiuta a mantenere sotto controllo la carica batterica nel corso dell'incubazione. Io comunque consiglio di non utilizzare la macchina al di sotto dei 19°C. Nella mia prova la temperatura della stanza oscillava tra i 18 e i 19°C, e tutto è andato bene. Altra novità, il motorino girauova che non ha ritmi e oscillazioni regolari e continue, ma che cambia più volte nel corso del giorno angolo e posizione delle uova in maniera variabile. Infine le bocchette per il rabbocco dell'acqua, che sono ora dotate di coperchietti in ABS per limitare le possibilità di inquinamento. Il coperchio interamente trasparente la rende perfetta per esperienze didattiche coi bambini, che adoreranno veder nascere "in diretta" i pulcini. Ultima, grande novità, il cavo di alimentazione che si può collegare all'accendisigari dell'auto o ad altre apparecchiature similari, avendo la possibilità di essere alimentata a 12V.

I primi Polverara nati con la Lumia 8.

Insomma, tante piccole novità per una macchina che ha nella piccola capacità il suo limite più grande, ma che sembra garantire ottime performance. Nella mia prova, infatti, su 8 uova fertili di gallina sono nati 7 pulcini; l'ultimo piccolo aveva iniziato a schiudere, ma è morto durante l'operazione. Era infatti posizionato male all'interno dell'uovo stesso, e aveva iniziato a bucare il guscio vicino al polo acuto. 

Ecco più nel dettaglio come si è svolta questa esperienza: 


La Lumia 8 Borotto sembra essere una macchina assolutamente consigliabile ed affidabile. Potrete usarla per testare in sicurezza la fertilità media di un gruppo di riproduttori, per esperienze didattiche o in caso di necessità - perché no? - per trasportare in auto in sicurezza uova che abbiano già iniziato il processo di incubazione. Potrete acquistare la Lumia 8 direttamente presso il sito del produttore, oppure anche su Amazon


Alla prossima videorecensione!

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Cercate incubatrici di capacità di uova superiore? Sempre su Amazon troverete vari modelli:

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Femmina di ragno crociato (Araneus diadematus).

Il ragno crociato o epeira (Araneus diadematus) è forse uno dei ragni più belli dei nostri giardini, e, per me, è anche legato a ricordi abbastanza... forti. 
Ho una confessione da farvi: per anni sono stato praticamente aracnofobico. Per chi mi conosce, sapendo quale enorme quantità e varietà di animali sia passata da casa mia, sembrerà ben strano, ma in effetti questa paura era legata a un ben preciso episodio della mia infanzia.
Avevo forse 3 o 4 anni, e camminavo in un pomeriggio di aprile nel vecchio orto con mia nonna. Camminavo lungo il viale assolato, circondato dalle alte siepi di ligustro, girandomi verso di lei, quando ad un tratto finii in un nido di ragni sospeso tra due arbusti. I ragni, minuscoli, gialli e neri, iniziarono immediatamente a sciamarmi. Io scoppiai a piangere terrorizzato. Mia nonna mi abbracciò, cercando di consolarmi, ma per anni quel ricordo mi fece fare incubi angoscianti e mi impedì di avvicinarmi con una certa serenità ai ragni, fino a quando non mi ritrovai ad allevare una grossa migale tropicale. Ma questa è un'altra storia... 

Una nidiata di ragni crociati (Araneus diadematus)

Ebbene, quel nido di ragni altro non era che un assembramento di giovanissimi esemplari di Araneus diadematus. Alla nascita infatti questi si riuniscono in gruppi di alcune centinaia di individui, che formano una sorta di sfera sospesa da fili di ragnatela. Al minimo disturbo i piccoli ragni si disperdono velocemente, disorientando così ogni eventuale predatore; a pericolo cessato, poi, il gruppo si ricompatta. 

Una femmina di ragno crociato ha catturato una zanzara tigre.

Il ragno crociato è uno dei ragni più grossi del nostro Paese; la femmina può raggiungere a maturità i 2 cm di lunghezza e una legspan (diametro da zampa a zampa) di quasi 6 cm. I maschi sono sensibilmente più piccoli e snelli. La colorazione può variare parecchio, ma di norma si può riconoscere, nell'area dell'addome, un motivo fogliforme su cui spiccano delle macchie più chiare che formano una croce grossolana, da cui questi animali hanno derivato il proprio nome comune.

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Proprio il disegno a croce ha valso a questo ragno la nomea di esser particolarmente velenoso, cosa assolutamente falsa: a meno che non si sia ipersensibili, il morso di questi ragni è innocuo e poco doloroso. Del resto sono animali che cercano la fuga piuttosto che attaccare un eventuale assalitore, per cui il rischio di morso è davvero remoto.

Primo piano di una femmina di Araneus diadematus.

Il ragno crociato costruisce grosse tele orbiculari, regolari e ovaliformi, e può essere osservato sia al centro di esse sia rintanato tra le foglie o i rami ai capi di uno dei fili di sostegno della tela stessa. Qui attende l'arrivo delle prede, costituite da mosche, farfalle, zanzare, cavallette e insetti di varie specie. Non appena i malcapitati finiscono nella tela, il ragno si fionda su di loro attratto dalle vibrazioni causate, e si affretta ad avvolgerli nella propria ragnatela per poi divorarli in pace.
Questo fa sì che il ragno crociato sia uno degli ospiti maggiormente benvenuti in un orto o in un giardino, dove aiuterà a mantenere sotto controllo le popolazioni di insetti nocivi.


I neonati di ragno crociato formano masse compatte...

...che però si sfaldano alla prima fonte di disturbo.

I maschi, più piccoli e sottili delle compagne, si riconoscono anche per i pedipalpi ingrossati. Dopo l'accoppiamento, in cui la femmina può divorare il compagno, vengono deposte fino a oltre 500 uova in un bozzolo sericeo riparato dagli agenti atmosferici, di norma sotto qualche foglia, in una fessura, sotto un ramo o una roccia. Ogni femmina può deporre più bozzoli di uova, nel corso dell'autunno. I piccoli, come abbiamo visto, nasceranno in primavera.

Una femmina di ragno crociato attende le prede a un capo della sua tela.

Insomma, la prossima volta che vedrete questi animali in un angolo, lasciate loro un posto di riguardo del vostro giardino. La loro presenza, anche se non per tutti rassicurante, vi assicurerà una quantità di insetti in meno.


L'alba nella mia campagna.
La primavera scivola leggera tra gli steli d'erba, all'alba, sotto il sole che sorge placido in un cielo terso e infuocato. Con lei si alza la rugiada che ha lavato dolcemente il vigneto, che fortunatamente non ha risentito delle notti fredde di questi giorni. Quest'anno inizierò a cambiare i sostegni di alcune vigne, sostituendo i pali con giovani aceri campestri, per far rivivere anche nei miei campi la magia della vite maritata. Torno indietro, con la rugiada che bagna le scarpe, verso il ricovero dove mi attendono i pulcini che vogliono giustamente la loro parte.

I pulcini di Polverara nati pochi giorni fa. 

I nuovi nati delle mie Polverara sono belli, come tanti piumini neri e bianchi. Avrei voluto poterli far nascere molto prima, ma le cose sono anche quest'anno complicate.
Polpette fatte con gli avanzi di pollo arrosto: un secondo veloce e gustoso.

Riciclare gli avanzi era una delle consuetudini del mondo contadino. Oggi siamo abituati a scartare e gettare un'incredibile quantità di cibo, ma la cosiddetta decrescita passa anche dai nostri piatti: imparare ad usare al meglio e in modo gustoso gli avanzi di altri piatti è importante e abitua a non sprecare. Ecco quindi una ricetta semplice per riciclare i resti del pollo arrosto, ricavando delle ottime polpettine. Vediamo cosa ci serve:

  • 500 gr di carne avanzata di pollo arrosto;
  • Erbe aromatiche a piacere;
  • 2 uova;
  • Una manciata di formaggio grattugiato;
  • Pan grattato;
  • Olio di semi.


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Lavate, asciugate e sminuzzate le erbe aromatiche. Per questo tipo di polpette io trovo interessante un mix di
Relatore Andrea Mangoni
10 Aprile 2017 - ore 20.45
Sede dell'Università Popolare di Camponogara

Il Veneto è a sempre una delle regioni con la maggior vocazione per quel che riguarda l'Avicoltura. La nostra regione ha infatti visto nascere numerosissime razze avicole, di ogni tipo. Ma come hanno interagito queste con il mondo che le ha viste nascere? Che ruolo ha svolto nella loro formazione il mondo contadino veneto, e in che modo (e in quale misura) esse hanno influenzato altri campi come l'arte o la letteratura? 
Parleremo della storia e delle tradizioni contadine delle nostre terre, di razze avicole, di arte e di molto altro ancora in una serata a tema nell'ambito della Settimana della Cultura promossa dall'Università Popolare di Camponogara
Vi aspetto  lunedì 10 Aprile 2017, presso la Sede dell'Università Popolare di Camponogara (Via Papa Giovanni XXIII n° 44, Camponogara, Venezia), alle ore 20.45. Sarà un'occasione per fare AvicUltura. A presto!


Un gallo di Barbuta di Watermael in un giardino mediterraneo.

Negli ultimi anni tra gli appassionati di Avicoltura sono divenute sempre più popolari perché belle, colorate, singolari per forma e portamento: stiamo parlando delle razze nane di polli, spesso chiamate - non sempre a proposito - bantam. 

Si tratta di polli selezionati per avere una taglia estremamente ridotta - spesso i galletti più grossi non arrivano agli 800 grammi di peso. Possono essere razze nane autentiche, ovverosia selezionate solo nella versione mignon, oppure derivate, selezionate cioè come versione nana di una razza di taglia molto superiore. Tra le prime, la Bantam Java, da cui mutuiamo spesso il nome generico "bantam" per le razze nane; tra le seconde, le varie versioni miniatura di Langshan, Leghorn, Italiener, Plymouth Rock, Wyandotte e quant'altro. Ma perché dedicarsi all'allevamento di questi "nanerottoli"? Ecco 5 buone ragioni per farlo.

Un gallo Chabo passeggia ai margini di un sentiero, in giardino.

1) Occupano uno spazio minore. Animali di piccola taglia possono essere allevati agevolmente in spazi ridotti senza che ne abbiano troppo a soffrire. Inoltre i polli nani si prestano bene ad esser ospitati in pollai decorativi, particolarmente belli se posti in un giardino ben curato. Chiaramente daranno comunque il meglio di sé se allevati